La prima macchina
dinamo-motore di Antonio Pacinotti
Di Tiziana
Paladini
Il 16 giugno 2000, nella sala dei mappamondi del
Rettorato, si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione della
prima macchina dinamo-motore a corrente continua, inventata e fatta
costruire da Antonio Pacinotti.
Alla conferenza hanno partecipato il
Rettore Luciano Modica, il Prof. Roberto Vergara Caffarelli, il Prof.
Andrea Tellini e Carlo Guidi. È grazie all’accurato lavoro di restauro di
quest’ultimo che la macchinetta è tornata al suo antico aspetto e
soprattutto al perfetto funzionamento. La macchinetta di
Pacinotti riveste un’enorme importanza perché segna l’inizio dello
sfruttamento a livello industriale dell’energia elettrica: funziona sia
come motore a corrente continua, sia come dinamo. La macchina è
costituita da un anello in ferro con sedici denti, sostenuto da quattro
raggi; tra ogni coppia di denti sono alloggiate sedici bobine
elettromagnetiche, ciascuna costituita da avvolgimenti di filo di rame
coperti di seta. I cappi posti al termine di ogni bobina e all’inizio
della successiva sono collegati ad un commutatore. L’intero apparato è
collocato nel campo magnetico di un elettromagnete. Il movimento rotatorio
dell’anello, ottenuto con una manovella, produce corrente continua;
collegando l’ingresso a una pila, funziona nel senso contrario
trasformando l’energia elettrica in energia meccanica. La storia di
questa macchina, che ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo
tecnologico, è stata piuttosto tormentata, vista la annosa questione della
sua paternità; ancora oggi c’è chi dubita che il primo creatore della
macchina sia stato Pacinotti e attribuisce l’invenzione a Teofilo Zenobio
Gramme, un belga che lavorava nell’officina parigina "Froment". Il
grande scienziato pisano costruì la sua macchinetta come amava
definirla, tra il 1858 e il 1860; egli iniziò a lavorare con un
accanimento inesausto al suo progetto, convinto com’era dell’"importanza
grandissima che avrebbe avuto la creazione di una macchina capace di
trasformare il lavoro meccanico in elettricità". Lo scienziato
descrisse in modo completo e dettagliato la sua macchina già nel 1861, ma
tardò a pubblicare l’articolo, che apparve sulla rivista Il Nuovo
Cimento solo nel 1865. In quello stesso anno Pacinotti intraprese
un viaggio a Londra e Parigi, per alcune ricerche; fu proprio in quella
occasione che incontrò Teofilo Zenobio Gramme, colui che sarebbe diventato
l’usurpatore (così lo definì Werner Siemens in una lettera inviata
a Pacinotti nel 1875) della sua invenzione.
In occasione della visita alla
fabbrica Froment per l’acquisto di un micrometro, Pacinotti si trovò a
discutere col signor Dumoulin, succeduto al Froment, "sulla possibile
utilizzazione dell’elettricità come forza motrice, questione che la Casa
Froment studiava da vari anni senza però riuscire ad ottenere nessun
risultato industrialmente pratico. Pensai che l’occasione era ottima per
poter parlare del mio motorino". Pacinotti pensava sicuramente di aver
trovato la via per produrre industrialmente la sua macchina e non pensò
alla possibilità che i due potessero approfittare della sua bonomia e
della sua ingenuità: "Il capo officina ascoltava attentamente, anzi più di
una volta ebbe occasione di chiedermi schiarimenti. Sperando di aver
trovato un alleato che mi aiutasse a decidere in mio favore il Dumoulin,
tornai ad insistere sopra gli enormi vantaggi che presentava il mio
apparecchio, il quale era allo stesso tempo un ottimo motore ed un
produttore di energia elettrica a buon mercato". Nel 1871, quando era a
Bologna come professore titolare di fisica, lesse sui Comptes
Rendus dell’Accademia di Scienze di Parigi "che il prof. Jamin nella
seduta del 17 maggio aveva presentato una macchina dinamo elettrica a
corrente continua dovuta al signor Zenobio Gramme".
La descrizione dell’apparecchio
corrispondeva esattamente a quella pubblicata su Il Nuovo Cimento
da Pacinotti, il quale immediatamente scrisse all’Accademia di Scienze una
protesta, che venne letta nella seduta del 28 maggio. Da uomo fiero e
onesto quale era, Pacinotti non si accanì contro il rivale; tuttavia,
perché gli venissero riconosciuti i giusti meriti, egli scrisse in più
occasioni sulla sua macchina, rivendicandone i diritti. Pacinotti con
la sua invenzione ha apportato una vera e propria rivoluzione scientifica:
è per questo motivo che all’interno del Museo Nazionale degli
Strumenti per il Calcolo, un museo che si propone di raccontare
l’evoluzione della scienza attraverso i suoi strumenti e i suoi più grandi
scienziati, è doveroso dedicare un’intera sezione alle opere di Antonio
Pacinotti, per far sì che si mantenga la memoria storica di questo grande
scienziato, che con la sua opera ha reso un enorme servizio al progresso e
all’industria. Il Museo, inoltre, conserva non solo un ricchissimo
patrimonio carteceo su Pacinotti: tutti gli scritti della biblioteca di
famiglia, che consta di oltre 2000 volumi, ma anche quasi tutte le
macchine costruite dallo scienziato pisano e altri cimeli, che fanno parte
del patrimonio degli strumenti scientifici dell’Università. Anche ad essi
sarà dedicato un adeguato spazio nella biblioteca che un giorno completerà
il nostro museo. È importante riaffermare la verità riguardo a questa
vicenda della storia della scienza, anche oggi che si è in Europa, non
tanto per nazionalismo, ma per accordare al grande scienziato pisano i
meriti che gli devono essere riconosciuti: Pacinotti è uno dei padri
fondatori dell’elettricità e anticipatore di molte soluzioni tecnologiche
attualissime oggi dimenticate.
Tiziana Paladini http://www.unipi.it/athenet/03/articoli/tiziana.paladini@df.unipi.it
Le citazioni sono tratte da Antonio Pacinotti. La vita e
l’opera, pubblicato a Pisa dalla tipografia Lischi nel 1933.
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